Se un giorno il mondo smettesse improvvisamente di essere raccontato da giornalisti dei grandi media, esperti di geopolitica o storici delle guerre, potremmo affidarci ai rifugiati. Le loro storie, i loro saperi sulla storia e sulla geografia, i loro sogni offrirebbero uno sguardo sul mondo inedito e straordinariamente ricco di senso. Nella poesia Profugo, Maḥmūd Darwīsh scrive: «La terra mi riconosce come le sue spighe, e il cielo sa che sono un figlio della pioggia».
Chi opera nei percorsi di accoglienza cerca spesso di mettere al centro proprio le storie dei rifugiati. Unouno è uno spettacolo nato dalla collaborazione tra alcuni progetti di accoglienza del GUS in Salento e Ippolito Chiarello, qui intervistato. Le vicende raccontate in scena si ispirano alla storia di Muhammad, un ragazzo partito dal Sudan a 13 anni e arrivato in Italia a 23, dopo un lungo viaggio segnato da violenze e torture che lo hanno reso cieco. Il 20 giugno, alle 20,30, presso NASCA Teatri di Terra, a Lecce, Unouno andrà in scena in occasione della Giornata mondiale del rifugiato (informazioni sugli altri appuntamenti promossi dal GUS in diverse località sono disponibili sulla pagina Facebook dell’organizzazione).
In questi giorni va in scena a Lecce Uno a uno. Cosa racconta questo spettacolo e perché questo titolo?
Uno a uno racconta la storia di un viaggio. È il viaggio di un ragazzo che ho conosciuto qui in Salento con l’ong GUS e uno dei suoi progetti di accoglienza diffusa: Muhammad. È partito dal Sudan a tredici anni ed è arrivato a Lecce a ventitré, dopo un’odissea fatta di partenze e ripartenze, di violenze e torture. È arrivato praticamente cieco, perché durante l’ultima tortura gli è stato fatto bere dell’etanolo. Il titolo, Uno a uno, nasce dal fatto che quando un migrante arriva e non ricorda la propria data di nascita, spesso gli viene assegnata quella dell’1 gennaio. Ma il titolo richiama anche un’altra idea: uno vale uno, nel senso umano della relazione tra le persone: non ci sono differenze, siamo tutti uno e, insieme, diventiamo tanti. Lo spettacolo racconta la storia di Muhammad ma non in maniera cronologica. La sua vicenda è il punto di riferimento, il canovaccio. Ho seguito alcuni momenti della sua vita, da quando era piccolo fino all’arrivo in Italia. Quella che ho scritto è un’opera anche musicale: ci sono musiche tradizionali che provengono dal Congo, dall’Etiopia, dalla Nigeria, dal Sudan, sonorità diverse che accompagnano un attraversamento quasi fantastico. È quasi un’odissea. Naturalmente non voglio fare paragoni con Omero, però l’idea è proprio quella: non ci sono riferimenti precisi a città, epoche o luoghi riconoscibili. C’è una terra prima del mare, una terra oltre il mare e oltre il deserto. Muhammad viene raccontato come un piccolo Ulisse. Ci sono anche dei richiami simbolici come Tiresia, che è cieco, e Penelope, evocata attraverso la figura di una ragazza raccontata nella storia. Dentro questa epopea ho nascosto episodi realmente accaduti in situazioni e paesi diversi. Sono episodi che si possono riconoscere, ma non vengono dichiarati esplicitamente: c’è ad esempio Cutro. c’è l’uccisione del maestro in Afghanistan, nel cortile della scuola, con i bambini che guardano dall’alto, c’è poi l’episodio del ragazzo tunisino che voleva aiutare dei bambini che vedeva cadere in acqua ma non sapeva chi salvare, c’è la storia della madre e della figlia ritrovate morte nel deserto. Quest’ultima è una storia molto forte. Il marito era partito con loro per attraversare il deserto. Durante il viaggio si sente male e dice alla moglie e agli altri: “Andate avanti, io resto qui, altrimenti moriamo tutti”. Il destino ha voluto che venisse poi raccolto da un camioncino di sudanesi e portato in Italia. Una volta arrivato, al telegiornale vede la foto della moglie e della figlia morte... Io, nello spettacolo, ho immaginato invece che il ragazzo protagonista, durante il viaggio con altri sei ragazzi, sia lui a trovare nel deserto quei corpi e a raccontare quella storia. Ci sono dunque molte storie che si incrociano, anche se alla fine sembrano appartenere tutte alla vicenda del protagonista. Dopo tante partenze, il ragazzo arriva finalmente in Italia. Nella storia vera Muhammad è arrivato in aereo: non ce la faceva più, nessuno lo ascoltava, alla fine un giornalista lo ha intervistato ed è riuscito a portarlo in Italia con un aereo. Io invece ho immaginato che, nell’ultima attraversata, riesca ad arrivare su una terra dove qualcuno lo accoglie. C’è poi un finale che naturalmente non raccontiamo, ma che è molto forte.
Cosa cerca esattamente il protagonista di questo viaggio?
Una persona che parte da un paese con tanti problemi. Vorrebbe un passaporto valido e poter prendere il biglietto di un treno o di una nave. Una cosa semplice: la normalità. La cosa eccezionale che cerca una persona, alla fine, è proprio la normalità. Lo spettacolo si conclude con il racconto di questo sogno: poter comprare, forse, il biglietto di un treno. Il finale cerca di far capire la circolarità di questa vicenda. Noi siamo tutti frutto di un viaggio e potremmo ritrovarci di nuovo nella condizione di doverci spostare, per motivi climatici, per guerre, per crisi che già vediamo. Alla fine il pubblico viene coinvolto e, a un certo punto, si sentirà anche in pericolo. Sentirà questa possibilità. Unouno è un omaggio musicale a tutti quelli che non ci sono più, ma anche a tutti quelli che ce l’hanno fatta e oggi vivono una vita normale insieme a noi. Normalità, appunto. Che io a un certo punto traduco in felicità.
Tra crisi belliche, crisi climatica e attacchi all’accoglienza per i rifugiati è un tempo assai cupo ovunque. In questo scenario, qual è secondo te il ruolo che la cultura e l’arte possono avere per favorire un pensiero critico?
Secondo me il problema è questo: noi viviamo l’accoglienza e il discorso sui rifugiati come se fosse una fiction. Non c’è una reale percezione di che cosa significhi, per una persona, partire dalla propria terra, sopravvivere su una barca senza respiro, con i bambini che muoiono e gridano “mamma”. Sembra un terribile film. In questo contesto l’arte può compiere un’azione rivoluzionaria: portare queste storie in maniera diretta e senza paura. È quello che ho cercato di fare, per esempio, con il Barbonaggio teatrale: portare gli spettacoli in giro anche quando non vengono acquistati da nessuno. Portarli comunque in una piazza, in una situazione dove c’è un pubblico, invitando le persone a essere promotrici e spettatrici consapevoli. Se vogliono, possono anche lasciare qualcosa per ascoltare quella storia. Ma lo fanno senza intermediari. È quello che vorrei fare a Lampedusa. Non possiamo restare chiusi soltanto dentro i teatri. Bisogna trovare luoghi e situazioni con cui entrare nel tessuto delle comunità. Anche sulle spiagge, durante l’estate. Unouno, ad esempio, potrebbe essere fatto tranquillamente su una spiaggia. Del resto l’immagine su cui è pensato è questa: io e il musicista siamo su una spiaggia, davanti a noi c’è il mare, ma per noi il mare è il pubblico. E il pubblico diventa l’insieme delle persone migranti su un barcone, pronte a partire. Nello spettacolo c’è una canzone che si chiama La ballata della tortura. Ho fatto una ricerca sulle torture inflitte ai migranti e ho scritto una canzone in cui, con un tono apparentemente allegro, si raccontano cose durissime. Cose a cui uno non si pensa, perché si continua a considerarle fiction, qualcosa che assomiglia a un film di Garrone: lo guardi, finisce lì, resta tutto patinato. Per me la cultura deve fare questo: cercare strade diverse. In questi giorni c’è ancora la polemica sullo schierarsi o non schierarsi: Francesco De Gregori ha detto una cosa e subito tutti hanno commentato. Io penso che chi fa questo lavoro faccia già politica, nel senso alto del termine. Però deve avere il coraggio non solo di dire “Io sto con”, ma di andare a portare le propria arte anche in luoghi scomodi, persino pericolosi, altrimenti che senso ha?
Nei tuoi spettacolo coinvolgi anche le persone migranti?
Questo progetto è partito tre anni fa. Il Gus mi propose di fare proprio un laboratorio con i migranti. Ho pensato però che i migranti non hanno bisogno di fare un laboratorio, sono io che ho bisogno di farlo con loro per capire che cosa avevano vissuto. Così sono andato io ad ascoltare. Mi sono fatto raccontare e mi sono fatto attraversare da quello che era accaduto loro. Ho raccolto otto storie, che poi sono diventate parte del lavoro. Quindi sì, le persone migranti sono coinvolte direttamente, perché dentro lo spettacolo ci sono le loro storie. Storie tremende, ma anche storie belle. La prima cosa che ho fatto, tre anni fa, è stato un intervento stradale in piazza, di Barbonaggio teatrale. C’eravamo io e un musicista: entravamo nelle piazze con quest’isola, fatta di resti di naufragi. Avevamo otto storie. Chi voleva ascoltarle saliva su quest’isola, sceglieva la storia che voleva ascoltare e si sedeva. Anche il pubblico intorno ascoltava. Ma alla fine chi aveva ascoltato doveva lasciare qualcosa: un “pezzo” della propria vita. Perché io gli avevo regalato pezzi di vita di altre persone. Questi oggetti, questi pezzi materiali, venivano poi cuciti sull’isola, che continuava il suo viaggio. Così le vite si confondevano.
Il Salento, dove sei nato e vivi, è una terra ponte protesa nel Mediterraneo, da sempre attraversata da migrazioni. Che tipo di accoglienza vedi oggi in Puglia?
Vedo un’accoglienza che definirei normale. Non c’è un’eccezionalità. Quando qualcuno arriva qui, viene accolto. C’è sempre una porta aperta, c’è sempre qualcuno che ti accoglie, al di là di chi sei, da dove vieni, che cosa fai. Io lo dico sempre: sono rimasto qui, nonostante il mio lavoro mi porti a girare molto, perché qui mi sento sempre accolto. C’è sempre un mare che ti avvolge. C’è un pensiero che viene dal passato e che dice: c’è ancora una possibilità. Io sono figlio di emigranti: i miei andarono in Svizzera e furono trattati nello stesso modo in cui a volte oggi vengono trattati i migranti qui, gli ultimi degli ultimi. Penso che il Salento sia una terra assolutamente di accoglienza.
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